Settant’anni di spazi di lavoro, dal controllo alla cura delle persone. E cosa significa, oggi, progettare e realizzare un ufficio.

C’è stato un tempo, non così lontano, in cui sulla scrivania di un ufficio il posacenere era un oggetto comune come la cucitrice. Si fumava tra un documento e l’altro, accanto alla macchina da scrivere. Oggi quell’immagine ci sembra di un altro mondo — e in un certo senso lo è. Ma per capire dove sta andando l’ufficio, e cosa deve saper fare uno spazio di lavoro nel 2026, conviene guardare da dove viene. Perché la storia dell’arredo per ufficio non è la storia di scrivanie e sedie: è la storia di cosa, di volta in volta, abbiamo pensato che il lavoro fosse.

L’UFFICIO COME MACCHINA

Nel secondo dopoguerra l’ufficio era, a tutti gli effetti, una catena di montaggio applicata al lavoro impiegatizio. L’eredità era quella dell’organizzazione scientifica del lavoro teorizzata da Frederick Taylor all’inizio del Novecento: ottimizzare, standardizzare, controllare. Lo spazio traduceva quella filosofia in modo letterale.

Grandi sale aperte, file di scrivanie tutte identiche, rivolte nella stessa direzione — verso il fondo, dove sedeva il capoufficio che poteva sorvegliare l’intera stanza con un solo sguardo. I mobili erano pesanti, in metallo e legno, pensati per durare e per non lasciare spazio all’individuo. Contava la funzione, non la persona. In quella disposizione non c’era nulla di casuale: la geometria stessa dello spazio diceva chi comandava e chi eseguiva.

Era, paradossalmente, già un “open space”. Ma aperto per una ragione precisa: vedere e controllare. Un dettaglio che vale la pena tenere a mente, perché tornerà.

LA STANZA COME STATUS

Se il piano aperto era il regno degli impiegati, la vera conquista aveva una forma ben definita: una porta da chiudere. Salire nella gerarchia significava, prima di ogni altra cosa, guadagnarsi una stanza propria.

L’ufficio singolo del dirigente — spesso con la segretaria a presidiare l’anticamera — non era solo una questione di comodità: era un segnale. Lo spazio raccontava il grado prima ancora del lavoro che ci si svolgeva dentro. Più mq, più isolamento, più distanza dalla sala comune: l’architettura degli interni era una mappa del potere aziendale, leggibile a colpo d’occhio da chiunque attraversasse quei corridoi.

Per decenni questo è stato il modello dominante: in basso lo spazio condiviso e controllato, in alto le stanze chiuse del comando. Poi qualcosa ha cominciato a incrinare quella rigidità — e non è arrivato dall’alto, ma da un’idea di progettazione.

LO SPAZIO SI APRE — MA PER CHI?

Alla fine degli anni Cinquanta, in Germania, un gruppo di consulenti — il Quickborner Team — mise a punto un concetto destinato a fare scuola: la Bürolandschaft, il “paesaggio d’ufficio”. L’idea era rivoluzionaria per l’epoca: abolire le file rigide e disporre le postazioni in modo organico, seguendo i flussi reali di comunicazione tra le persone. Non più lo spazio che imponeva la gerarchia, ma lo spazio che assecondava il lavoro.

Da lì la ricerca non si è più fermata. Negli Stati Uniti, nel 1964, Herman Miller lanciò l’Action Office disegnato da Robert Propst; la sua seconda versione, del 1968, introdusse il sistema di pareti modulari e piani attrezzati pensato per dare al singolo lavoratore autonomia, movimento e uno spazio proprio dentro l’ambiente condiviso. L’intenzione era generosa. Il risultato, negli anni, tradì il progetto: quelle pareti divennero il cubicle, il box spersonalizzato delle grandi corporation. Lo stesso Propst, nel 1997, avrebbe bollato come «follia monolitica» l’incasellamento delle persone che il suo sistema aveva finito per generare.

Nel frattempo cambiavano anche gli strumenti, e con essi le scrivanie che dovevano ospitarli: dalla macchina da scrivere al personal computer, dal fax alla posta elettronica. Il piano di lavoro si riorganizzava attorno a un monitor; poi, con il portatile, tornava a liberarsi.

Il punto è che lo spazio si era sì “aperto”, ma la domanda giusta era rimasta senza risposta: aperto per chi, e per fare cosa? Le file del dopoguerra erano aperte per controllare. L’open space che stava nascendo prometteva l’opposto — far circolare le idee insieme alle persone — ma avrebbe mantenuto la promessa solo quando avesse messo al centro qualcosa che, fino ad allora, era rimasto sullo sfondo: chi in quell’ufficio ci passava le giornate.

IL CORPO ENTRA IN UFFICIO

La svolta vera, quella che ancora oggi orienta ogni progetto serio, è più recente di quanto si pensi. È il momento in cui l’ufficio ha smesso di occuparsi solo di quanto si produce e ha cominciato a occuparsi di come si sta mentre lo si fa.

La sedia è stato il primo indizio. Da semplice accessorio è diventata una questione di salute: comparivano l’ergonomia, il supporto lombare, la regolazione dell’altezza, poi le scrivanie regolabili e la possibilità di lavorare anche in piedi. Il corpo, per la prima volta, entrava nel calcolo progettuale.

E poi è uscito il fumo. In Italia, dal 10 gennaio 2005, la cosiddetta legge Sirchia (art. 51 della legge 3/2003) ha vietato il fumo nei locali chiusi, uffici compresi. Sembra un dettaglio di costume; in realtà è uno spartiacque culturale: per la prima volta il benessere di chi lavora — la qualità dell’aria che respira — diventava un obbligo, non una concessione.

Da lì è stato un progressivo entrare in scena di temi che oggi diamo per scontati, ma che allora erano nuovi:

  • la correzione acustica, per rendere sopportabile e produttivo il rumore degli spazi aperti;
  • la luce naturale e artificiale studiata sul comfort visivo;
  • il verde e gli elementi naturali, come antidoto allo stress;
  • le aree per fermarsi e quelle per confrontarsi, distinte da quelle per concentrarsi.

L’ufficio, insomma, cominciava a somigliare meno a una macchina e più a un luogo pensato per delle persone.

Corridoio con pareti divisorie in vetro curvato e pavimento in legno.

OGGI: L’UFFICIO COME PROGETTO DI BEN-ESSERE

Arriviamo così al presente. La sala riunioni gigantesca — quaranta posti usati a pieno regime forse una volta l’anno, per il consiglio di amministrazione — ha lasciato il posto a più sale, più piccole e di tagli diversi, a disposizione dei team quando servono davvero. La postazione fissa e assegnata convive con spazi che cambiano funzione durante la giornata. L’open space non è più un dogma, ma una delle tante possibilità, bilanciata con angoli di silenzio e privacy.

Sala riunioni con tavolo in legno, sedute avvolgenti e illuminazione di design.

Accanto alle sale sono comparsi luoghi che vent’anni fa nessuno avrebbe messo a bilancio: tavoli alti per una riunione in piedi di dieci minuti, poltrone appartate per una telefonata, sedute che ritagliano una bolla di silenzio dentro un ambiente aperto.

Tavoli alti informali con sgabelli e un pod acustico imbottito.

Il filo conduttore di tutto questo ha un nome: benessere. Non come slogan, ma come criterio di progetto. Oggi non si arreda più soltanto un luogo dove si lavora: si prova a costruire un luogo dove si sta bene mentre si lavora. E non è un lusso — è ciò che tiene insieme le persone e il loro lavoro, in un’epoca in cui il tempo e l’attenzione dei collaboratori sono la risorsa più contesa.

In fondo, in settant’anni, è cambiata una cosa sola ma decisiva: al centro dell’ufficio, al posto della macchina, si è provato a mettere la persona.

QUANDO IL PROGETTO DIVENTA UN LUOGO

C’è un momento preciso in cui tutto questo smette di essere teoria: quando i disegni diventano materia e, una mattina, le persone entrano e cominciano a lavorarci dentro. È lì che un ufficio si misura davvero.

Le immagini di questo articolo vengono da un nostro recente allestimento per una prestigiosa realtà aziendale: le scelte d’arredo condivise con lo studio di progettazione e poi installate negli spazi. Vale la pena guardarle tenendo a mente questa storia: quello che settant’anni fa era impensabile, oggi è semplicemente il modo in cui si lavora.

Open space operativo con postazioni, schermi divisori e ampie vetrate.

QUAL È, ALLORA, LA GIUSTA SOLUZIONE?

Non esiste un’unica risposta valida per tutti — e chi la promette, probabilmente, sta vendendo un prodotto e non un progetto. Esiste però un principio, ed è quello che questi settant’anni ci consegnano: uno spazio di lavoro vale per quanto è pensato attorno alle persone che lo abiteranno, non attorno alle macchine o agli organigrammi.

Il resto — le scrivanie, le sedute, le pareti, l’acustica — sono gli strumenti con cui quel principio prende forma. Le ore che passiamo al lavoro meritano di essere ore in cui stare comodi, e i numeri giusti sono sempre quelli: 9 e 18.

Vuoi vedere come questo si traduce in spazi reali? Dai un’occhiata alla nostra pagina Realizzazioni, oppure raccontaci del tuo: affianchiamo studi di progettazione e aziende nella realizzazione dei loro spazi di lavoro.

Mettetevi comodi.